Roma, 1960. L’Italia si trovava nel pieno boom economico, che aveva portato tantissimo benessere, ma al tempo stesso vi era una fortissima instabilità politica, a causa dell’appena eletto Governo Tambroni, che a causa dell’appoggio ottenuto dal MSI fece infuriare le sinistre, poi alimentate ulteriormente dai fatti di Genova del 30 giugno dello stesso anno. Nonostante tutto questo, a Roma si celebrava la XVII Olimpiade, richiamando l’attenzione mondiale sulla città, facendo constatare a tutta l’umanità la grande ripresa del nostro Paese in quei soli 15 anni che erano passati dalla fine della II Guerra Mondiale. Il nostro Paese ebbe risalto ancor più grande grazie alle 36 medaglie conquistate dai nostri atleti, che ci posero nella terza posizione mondiale, superati solo dall’Unione Sovietica e dagli Stati Uniti.
Per questi ultimi, il vincitore della medaglia d’oro di pugilato nella categoria dei pesi mediomassimi fu un giovane ragazzo di colore di Louisville, Kentuchy, che aveva anche tracce di sangue italiano tra i suoi antenati. Questo ragazzo si chiamava Cassius Clay, e aveva solo 18 anni.
Una persona semplice, figlio della piccola borghesia nera, uno che, a differenza di molti suoi coetanei, non aveva mai conosciuto la vera fame, avendo un padre pittore d’insegne e di murales e una madre che faceva da governante nelle case dei ricchi bianchi. Tanto semplice che, alla sua prima volta in aereo per raggiungere l’Italia, per il terrore si buttò sul corridoio con indosso un paracadute comprato in un negozio di residuati bellici e cominciò a pregare.
Uomo molto controverso, con tanti pregi oltre alla sua carriera pugilistica, come l’impegno nell’attivismo nero, la beneficienza e, in tarda età, al ruolo di ambasciatore di pace nel Medio Oriente, che gli valse la Medaglia presidenziale della libertà datagli da George Bush Jr., e altrettanti difetti, tra cui la sua vita sentimentale, costellata da tradimenti coniugali e molti figli legittimi e illegittimi, l’affiliazione alla setta radicale dei Black Muslims, che lo portò a cambiare nome in Muhammad Ali, e la sua altalenante amicizia con Malcolm X. Un uomo che non ebbe mai paura di dire ciò che pensava realmente, che quando rifiutò di andare alle armi in Vietnam si giustificò così: “Nessun vietcong mi ha mai chiamato negro”.
Una leggenda che rimase sempre legata a Roma, soprattutto quando, poco dopo il suo ritiro, venne a far visita a papa Giovanni Paolo II, suo grande fan, segnando un episodio importante nella coesistenza pacifica tra cristiani e islamici.
Nella Città Eterna sono nate molte leggende, e tra queste vi è lui. Grazie per averci reso questo onore, Muhammad. Riposa in pace, amico.

Di Simone Pacifici

È il tema degli ultimi anni. Sharing, ovvero condividere. In Europa si moltiplicano di giorno in giorno le piattaforme online che offrono servizi in condivisione. Auto e case sono i più in voga. Ma anche i più spinosi. In Francia nel 2015 e pochi mesi fa ci sono stati scontri violenti con le associazioni di taxisti contro gli autisti di Uber, la nota società statunitense che al noleggio di auto con conducente professionale ha affiancato una versione per privati. A Milano questa ultima versione (Uber-Pop) è stata bloccata da un tribunale perché ritenuta illegale, dopo le proteste e gli scontri fisici e verbali che hanno investito il management italiano della compagnia, nello specifico Benedetta Arese Lucini, ex country manager. Su Airbnb si affittano case per pochi euro, talvolta senza essere registrate regolarmente come strutture ricettive quindi senza pagare tasse. Insomma sono metodi per arrotondare. E su questo principio si è espressa la Commissione Europea che nel tentativo di armonizzare la disciplina tra i 28 paesi UE, ma senza imporre costrizioni, invita i Paesi a legiferare a riguardo, indicando soglie massime di reddito e o giorni da non superare perché si ritenga un’attività professionale. Dietro questa indicazione ci potrebbe essere la spinta (leggasi pressione) di startup di peso come Uber, che ricordiamo è valutata quasi 70 miliardi e nel cui portafogli ha investito il fondo sovrano dell’Arabia Saudita con 35 miliardi. Proprio contro Francia, Spagna e Germania aveva avviato un ricorso perché l’app era stata bandita, con relativo danno economico alla società. In Italia è allo studio un registro elettronico nazionale delle piattaforme. La certezza è che non basteranno le norme ad arginare questo fenomeno, poiché coinvolge l’intera popolazione mondiale connessa alla rete e in grado di condividere qualcosa per poterci guadagnare.

Di Valerio Lofoco

Giovedì 2 giugno si sono celebrati i settant’anni della Repubblica italiana. Come da tradizione, i festeggiamenti sono cominciati con l’omaggio del presidente Sergio Mattarella al milite ignoto, per ricordare i militari e i civili che hanno servito e servono lo Stato. Ad assistere a questo evento, oltre alle cariche istituzionali, c’erano anche il capo della polizia Franco Gabrielli, Francesco Paolo Tronca e il comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette. Mattarella ha poi raggiunto via del Fori Imperiali a bordo della storica Flaminia scoperta e ha preso posto sul palco presidenziale insieme alle massime autorità dello Stato. A rendergli gli onori un reparto di corazzieri a cavallo. In seguito l’inizio della parata, alla quale hanno preso parte circa 3.600 persone, tra militari e civili. Dopo la banda dell’Esercito, hanno sfilato per la prima volta 400 sindaci con le loro fasce tricolori, in rappresentanza degli 8 mila comuni italiani.
“La sobrietà che ha caratterizzato anche quest’anno la presenza delle Forze Armate, senza nulla togliere alla solennità della celebrazione, è stata altamente apprezzabile”, ha commentato Mattarella. “Il 2 giugno del 1946, dopo il duro ventennio fascista e la sciagura della guerra l’Italia entrava a far parte a pieno titolo del novero delle nazioni libere e democratiche. E questo accadde, si badi bene, non soltanto perché la forma repubblicana prevalse su quella monarchica, ma perché, per la prima volta nella storia della nazione, ritrovata la libertà, la partecipazione al voto di tutti, uomini e donne, realizzava una piena democrazia. È stata l’introduzione dell’autentico suffragio universale a far compiere all’Italia il vero salto di qualità, trasformandola in un Paese in cui tutti i cittadini concorrono in egual misura a determinare con il loro voto le scelte fondamentali della vita nazionale. Furono i cittadini a scegliere la forma di Stato, ad eleggere i membri dell’Assemblea costituente, a determinare la formazione dei governi. Per questo credo che oggi si possa affermare che la festa del 2 giugno è la festa della libertà di scelta: e per questo è la festa che riunisce tutti gli italiani”. E proprio #festaditutti è stato l’hashtag scelto per condividere sui social immagini e momenti significativi delle celebrazioni.

Di Benedetta Carulli

La nostra Capitale risulta essere la prima città italiana ad adottare sistemi avanzati di controllo dei rischi in area urbana legati al contesto idrogeologico.
Questo è quanto emerge da una presentazione effettuata presso il Campidoglio, dalla Protezione Civile di Roma Capitale, dall’Università ‘La Sapienza” – Dip.to Ingegneria civile, edile e ambientale (DICEA) e dallo spin-off Survey Lab S.r.l, del progetto finanziato dall’Unione Europea con il programma Horizon 2020, denominato I.MODI (vincitore del bando europeo ‘H2020 SME-Instruments Phase 2’) e la tecnica DINSAR. Non è difficile capire le ragioni che hanno consentito lo sviluppo di un progetto del genere, anzi, si può solo dire che tale progetto potrà contribuire a migliorare a livello predittivo le possibili conseguenze che impatterebbero sulla città di Roma nel caso di situazioni climatiche di sicura complessità, come quelle vissute negli ultimi cinque anni.
Prevenire, quindi, le conseguenze del dissesto idrogeologico quali frane, subsidenze del suolo e sinkholes collegati alla presenza di cavità antropogeniche, è fondamentale per garantire alla nostra città il miglioramento della resilienza e su questo, la Protezione Civile ci sta lavorando da mesi, ormai, siglando accordi di collaborazione con Enti e Università che siano in grado di fornire metodologie scientifiche che consentano la pianificazione delle emergenze e quindi una maggiore e migliore prevenzione (ex ante) e risoluzione (ex post).
Insomma sarà grazie a questi accordi, così come si riporta anche all’interno del sito istituzionale del Comune di Roma, che la Protezione Civile di Roma Capitale potrà avvalersi di una tecnologia all’avanguardia nel campo del monitoraggio satellitare. L’integrazione dei dati acquisiti tramite sensori posti in situ con quelli satellitari garantirà il controllo puntuale delle criticità idrogeologiche permettendo risposte in emergenza ancora più tempestive e migliorare la sicurezza dei cittadini.
“Per i prossimi due anni, grazie ad un accordo non oneroso con l’Università, la città potrà avvalersi di un efficace supporto tecnico-scientifico per le attività di Protezione Civile” – ha detto il Commissario Straordinario Francesco Paolo Tronca.

Di Donatella Carriera

Sul web negli ultimi giorni è esplosa una battaglia tra chi accusa e chi difende Microsoft riguardo alla vicenda di Windows 10. Ci sono quelli che additano l’azienda di aver fatto un atto contro la concezione di libero mercato e la libera scelta degli utenti, mentre coloro che fanno da scudo all’azienda americana utilizzano le motivazioni più disparate. Riflettiamo su alcuni punti fondamentali di questa polemica, in primis quello che riguarda l’accusa che è stata fatta di essere “populista” a chi ha ripreso la Microsoft, rea di aver danneggiato milioni di consumatori con questa mossa scellerata, provocando gravi disagi a questi negli uffici in cui lavorano e rendendo alcuni pc addirittura inutilizzabili. Queste persone ritengono che la colpa sia degli utenti, che non hanno “voluto” aggiornare i driver del computer, azione che, a loro dire, risolverebbe il problema.
Certo, una persona il primo pensiero che ha quando torna a casa dopo una dura giornata di lavoro dovrebbe essere quello di pensare a cose delle quali nemmeno sa l’esistenza, non stare un attimo con la famiglia e/o rilassarsi, svuotarsi la mente dai pensieri.
In Cina, per esempio, un dipendente di una società di pubbliche relazioni di Pechino, Yang Shuo, ha dovuto bloccare un affare da 457.000 euro a causa dell’aggiornamento forzato di WX, senza che comparisse neanche la nota finestra di notifica. A lui si sono uniti altri utenti cinesi che hanno denunciato il fatto sui media nazionali, e un consigliere giuridico della Internet Society of China ritiene che la Microsoft abbia “abusato della sua posizione dominante sul mercato e violato le regole della correttezza che lo disciplinano”, e che ci potrebbero essere gli estremi addirittura per una causa legale contro la compagnia informatica. Stessa cosa ha affermato un’autorità delle Forze dell’Ordine di nostra conoscenza.
Questo sarebbe “populismo”? Accusare un’azienda di violare la legge, con il supporto perfino di autorità legali? La cosa, ripetiamolo, è stata detta da persone che dovrebbero essere specializzate nel campo dei computer, che dovrebbero andare incontro alle esigenze dell’utenza, non sbeffeggiarla. Tra l’altro, come dimostra la legge dei social network, i loro commenti sono quelli più visionati e valutati, mentre la maggioranza degli informatici, quella che difende i consumatori accusando la Microsoft di aver compiuto una scelleratezza, viene ignorata, se non addirittura infangata da queste dimostrazioni di arroganza da parte dei loro colleghi, che guardano dall’alto verso il basso coloro che dovrebbero servire.
Poi ci sorprendiamo se una software house non rispetta i suoi clienti?

Di Simone Pacifici