È il tema degli ultimi anni. Sharing, ovvero condividere. In Europa si moltiplicano di giorno in giorno le piattaforme online che offrono servizi in condivisione. Auto e case sono i più in voga. Ma anche i più spinosi. In Francia nel 2015 e pochi mesi fa ci sono stati scontri violenti con le associazioni di taxisti contro gli autisti di Uber, la nota società statunitense che al noleggio di auto con conducente professionale ha affiancato una versione per privati. A Milano questa ultima versione (Uber-Pop) è stata bloccata da un tribunale perché ritenuta illegale, dopo le proteste e gli scontri fisici e verbali che hanno investito il management italiano della compagnia, nello specifico Benedetta Arese Lucini, ex country manager. Su Airbnb si affittano case per pochi euro, talvolta senza essere registrate regolarmente come strutture ricettive quindi senza pagare tasse. Insomma sono metodi per arrotondare. E su questo principio si è espressa la Commissione Europea che nel tentativo di armonizzare la disciplina tra i 28 paesi UE, ma senza imporre costrizioni, invita i Paesi a legiferare a riguardo, indicando soglie massime di reddito e o giorni da non superare perché si ritenga un’attività professionale. Dietro questa indicazione ci potrebbe essere la spinta (leggasi pressione) di startup di peso come Uber, che ricordiamo è valutata quasi 70 miliardi e nel cui portafogli ha investito il fondo sovrano dell’Arabia Saudita con 35 miliardi. Proprio contro Francia, Spagna e Germania aveva avviato un ricorso perché l’app era stata bandita, con relativo danno economico alla società. In Italia è allo studio un registro elettronico nazionale delle piattaforme. La certezza è che non basteranno le norme ad arginare questo fenomeno, poiché coinvolge l’intera popolazione mondiale connessa alla rete e in grado di condividere qualcosa per poterci guadagnare.

Di Valerio Lofoco