È successo ancora, in via di Casalotti, in una strada tra l’altro interessata da recenti lavori al manto stradale. È successo di nuovo nel tratto compreso tra via Arona e via Giulio Clovio, all'altezza del civico 94. Insomma una vera e propria odissea per i residenti che già hanno subito disagi fino a qualche tempo fa per il ripristino del manto stradale e che come pare, ancora una volta il problema dei disagi si ripercuote con l’area praticamente transennata e chiusa al traffico in entrambe le direzioni. Ma cosa è successo?
Pare si sia aperta una piccola voragine nell’asfalto appena rifatto a causa di un guasto nella fognatura e secondo quanto precisato dal Presidente del XIII Municipio Valentino Mancinelli, e riportato da Roma Today "L’ACEA ha attivato l'impresa che eseguirà il ripristino ma la tempistica dell'intervento potrà essere comunicata a scavo avanzato. Le linee ATAC e Roma TPL sono state deviate lungo il percorso via di Boccea, via della Cellulosa e via Santa Seconda”.
Insomma, l’ennesima odissea colpisce un quartiere, Casalotti, e la sua già disastrata viabilità con forti disagi e disservizi per l’utilizzo di servizi pubblici ma anche per le scuole, gli uffici e chiaramente mezzi privati.
Cittadini increduli e sul piede di guerra, visto che è stato consigliato loro di ridurre gli spostamenti con le auto e comunque preferire percorsi alternativi verso via Aurelia o via Boccea, come se questi percorsi consigliati fossero solitamente sgombri, quindi accoglienti per ulteriore viabilità già congestionata per definizione.
Ma a guardala bene, questa voragine, non è molto più grande delle buche e delle onnipresenti voragini presenti su tutto il territorio della Capitale.
Allora ci si chiede, ma sarà proprio necessario chiudere delle strade per tanto tempo e creare ulteriori disagi ai residenti, per un lavoro che nel privato si riuscirebbe a fare in una notte?

Di Donatella Carriera

Lo scorso dicembre sono iniziati i lavori per la realizzazione del Centro Commerciale di Valle Aurelia. Tale progetto presentato dalla società Multi Veste Italy 2 Srl si colloca nel più ampio Programma di recupero urbano di Valle Aurelia istituito con l.493/1993 al fine di riqualificare la zona, insieme alla ristrutturazione della Fornace Veschi e alla riorganizzare di servizi essenziali quali: strade, fognature e parcheggi. L’autorizzazione a costruire la struttura, però, è giunta solo nel 2013 e la relativa documentazione presente sul sito del Comune di Roma risulta ancora incompleta.
Il Forum Valle Aurelia, così denominato, sarà un centro intersettoriale con una superficie di vendita pari a 9.538 mq dedicata al settore merceologico alimentare e non. Localizzato alle pendici del Monte Ciocci, tra via Baldo degli Ubaldi e via di Valle Aurelia, avrà un forte impatto sul territorio di riferimento non solo dal punto di vista edilizio-urbanistico, ma anche dal punto di vista ambientale, commerciale e della viabilità.
Tale quartiere, già congestionato dal traffico giornaliero, diventerà ancora più trafficato dopo la realizzazione della struttura, nonostante dall’analisi propedeutica al progetto, effettuata nel 2007 e aggiornata nel 2011, sia emerso come negli anni la viabilità sia lievemente migliorata per mezzo della crisi economica che ha ridotto le disponibilità delle famiglie che hanno optato per il trasporto pubblico e ha incrementato la disoccupazione della popolazione. Da tali deduzioni sorge spontaneo pensare a come tutto questo impatterà sugli esercizi commerciali della zona. Numerose, infatti, sono le proteste dei residenti, preoccupati anche per le conseguenze sull’ambiente. Secondo quanto affermato da Zuppello, ex vicepresidente del XIII Municipio, il Dipartimento PRU ha chiesto di recente un monitoraggio del tessuto idrogeologico di riferimento, nonostante siano già iniziati i lavori.
Tanti sono gli interrogativi che sorgono sulla questione e noi non possiamo che impegnarci a chiarirli nei prossimi articoli.

Di Claudia De Nigris

In cima e nel cuore del quartiere di Monte Mario di Roma, adiacente all’omonima stazione del treno, si trova un antico complesso architettonico che occupa circa 27 ettari di terreno, in uno stato di quasi abbandono che non rende merito a tale area. Si tratta del complesso monumentale del Santa Maria della Pietà, un ex manicomio, il più grande d’Europa. Le origini del primo nucleo dell’Ospedale Santa Maria della Pietà risalgono alla metà del XVI secolo, durante il pontificato di Paolo III. Successivamente, dal 1913-1914, il complesso assume l’identità di “manicomio” fino alla nota Legge Basaglia che eliminerà le strutture manicomiali propriamente dette. Il complesso è di proprietà dell’ASL RME (prossima ASL 1) e della Regione che ne stabiliscono usi e costumi. Attualmente all’interno del complesso alcuni padiglioni sono affittati al Municipio per svolgere alcune funzioni amministrative e di servizio, altri sono adibiti per svolgere alcune attività dell’ASL, altri ancora sono in concessione ad alcune associazioni, molti invece sono in disuso. Disuso significa abbandonati a se stessi: finestre rotte, intonaco cadente, porte e finestre cementificate per evitare l’occupazione abusiva (sì, si sono verificati anche casi di tale tipo), erba incolta e immondizia.
Diversi sono stati i progetti pensati per dare nuova vita al complesso, tutti al palo. I più recenti sono quelli di un Ostello della Gioventù pensavo dopo il Giubileo del 2000 (16 anni fa), e un protocollo d’intesa siglato nel 2007 tra Comune, Regione, Provincia, Università «La Sapienza», Asl RM E e il Municipio di Roma XIX (oggi XIV) per il recupero della struttura e il riutilizzo del patrimonio edilizio esistente, senza alcuna edificazione aggiuntiva per trasformarlo in un polo di ricerca universitario. Tutto fermo.
A ridare un po’ di vita e colore è stato il progetto di street art “Caleidoscopo”, ideato dallo scrittore Maurizio Mequio e realizzato dagli artisti di Muracci Nostri con l'autorizzazione e il supporto della Asl Roma E: 28 artisti per più di 30 muri.
Va ricordato che attualmente il complesso è raggiungibile anche tramite la nuova pista ciclabile che da Monte Ciocci termina esattamente di fronte all’ex Manicomio, quindi potenzialmente raggiungibile in poco tempo anche dalla zona di Valle Aurelia e San Pietro. Perché continuare a considerare tale luogo solo un ex Manicomio e non cominciamo a immaginarlo come un’enorme risorsa per il quartiere e per la stessa città di Roma?

Di Andrea Poliseno

Il X Municipio (ex XIII) è composto da una popolazione talmente vasta che talvolta, come riportato dallo stesso Comune di Roma, il dato viene sottostimato in considerazione del fatto che la popolazione aumenta durante il periodo estivo e soprattutto esiste un problema di censimento della popolazione straniera irregolarmente presente sul territorio. In questo contesto territoriale-abitativo talmente ampio che vede tra le altre, zone come Casalpalocco e Axa, è ricompreso anche l’Infernetto che presenta come peculiarità la sua estensione territoriale a ridosso della tenuta Presidenziale di Castel Porziano.
Ed è proprio questa peculiarità che deve essere associata ad un problema urbanizzazione e viabilità che con il passare del tempo costituisce sempre più un problema per i residenti.
Ma c’è dell’altro.
La zona, che presenta costruzioni basse solitamente villette bi o quadri famigliari, è altamente appetibile dalla delinquenza dell’est che è molto attiva nelle rapine in casa, nelle truffe e chiaramente nei furti.
I residenti, hanno sempre più paura nel rincasare tardi la notte, non essendoci neanche i presidi da parte delle istituzioni primarie.
Da anni si chiede di creare una Caserma dei Carabinieri, con presidio fisso sul territorio dunque. Ma da anni non vi è risposta. Questo chiaramente agevola le attività delinquenziali poiché il territorio del X Municipio essendo troppo vasto non può essere presidiato solo dai Carabinieri di Ostia o di Casalpalocco o dalla Polizia di Ostia.
Insomma, un quartiere residenziale, l’Infernetto, costellato dalle stesse problematiche dei quartieri definiti “popolari” poiché strade, semafori, costruzioni selvagge, mancanza di caditoie adeguate per la raccolta delle acque piovane e delinquenza, la fanno da padrone.
Ma dei singoli e numerosi problemi ne parleremo nei prossimi numeri in modo da sensibilizzare anche tutti i candidati a Sindaco di Roma, che avranno così l’opportunità di venire a conoscenza delle problematiche reali di una periferia romana, abbandonata dalle istituzioni, forse perché la gente abita in costruzioni stile old english basse e talvolta eleganti e che, quindi oltre alle tasse che già paga, deve mettere in cantiere di pagare ulteriori oneri per la sicurezza, per la salute e per la viabilità. Null’altro?

Di Donatella Carriera

Risale ormai al 22 dicembre 2004 l’inaugurazione del terzo tunnel stradale urbano più lungo d’Europa dopo il Port Tunnel di Dublino e il Södra länken di Stoccolma: La Galleria Giovanni XXIII di Roma. Costruito subito dopo il Giubileo del 2000, il tunnel si è rivelato snodo fondamentale di collegamento tra la zona “alta” di Roma con quelle più centrali, divenendo la veloce e pratica alternativa a Via del Muro Torto, via per la quale si doveva raggiungere la già trafficata zona di Flaminio e del centro di Roma.
Delizia dell’urbanistica di Roma Nord-Ovest ma, anche, sua croce. Infatti, essendo la Galleria Giovanni XIII oramai il principale, e spesso il più veloce, collegamento tra il quadrante Nord-Ovest (XIV e XIII Municipio) e la parte Centrale ed Est di Roma, quando viene chiusa per incidenti e/o manutenzioni comporta sempre un’enorme congestione di traffico sulle vie a le direttamente collegate: Via Trionfale, Via della Pineta Sacchetti, Via Fani e Via della Camilluccia, per citarne alcune del quadrante. Da inizio dell’anno si possono contare circa 4-5 chiusure di tale snodo, circa 1 al mese, sempre per incidenti. Per non parlare delle chiusure notturne per manutenzione che solitamente coprono la fascia oraria dalle 22.00 (possiamo definirle notturne?) alle 6.00, cioè 8 ore di chiusura.
Avvertiamo che le prossime chiusure sono previste per questa settimana: la notte tra il 9 maggio e il 10 maggio, la notte tra l’11 maggio e il 12 maggio, sempre dalle 22.00 alle 6.00.
Per uno snodo così importante per il traffico romano, forse si potrebbe cominciare a pensare a una diversa gestione delle sue chiusure o a un piano per far scorrere il traffico più fluido.

Di Valerio Lofoco

La raccolta differenziata è un impegno ecologico che non rappresenta più solamente un buon auspicio per il futuro, ma una necessità per la città di Roma. Sono diversi mesi che il comune sta progressivamente incrementando le zone della capitale con la raccolta PAP (porta a porta). Una delle ultime zone di Roma che ha ricevuto i contenitori per effettuare questo tipo di raccolta differenziata è stato il municipio XIV: in questi quartieri i cittadini hanno vissuto mesi di vero e proprio inferno a causa di un servizio inefficiente e irregolare.
Tuttavia nell’ultimo periodo sembra esserci stato un miglioramento della situazione, grazie ad un servizio più stabile corroborato anche dall’aiuto dei cittadini; nonostante questo non mancano anche altri motivi di lamentele, come l’aspetto estetico dei contenitori adibiti alla differenziata che non soddisfano i cittadini.
Per alcuni residenti del municipio XIV la raccolta differenziata PAP rappresenta un elemento di degrado per il quartiere, per di più con un metodo di raccolta che funziona ancora ad intermittenza.

Di Valerio Bocci

Non è stato affatto lineare il procedimento tecnico che sta portando alla realizzazione del nuovo stadio della A.S. Roma, questo soprattutto a causa degli ultimi stravolgimenti politici dalla città.  Per provare a capire meglio quali sono stati i passaggi più importanti per l’approvazione del progetto ripercorriamo alcuni eventi fondamentali: tutto inizia il 30 dicembre del 2012 quando l’allora sindaco Gianni Alemanno annuncia insieme al presidente della Roma James Pallotta che è stata scelta la nuova ubicazione dello stadio. Si tratta di Tor di Valle e in particolare di una zona che andrebbe a riqualificare il vecchio ippodromo ormai inutilizzato.
Il 26 marzo del 2014 Pallotta presenta il progetto dello stadio al nuovo sindaco Ignazio Marino il quale dichiara la giunta ne valuterà l’effettivo interesse pubblico.
Il 4 luglio 2014 arriva alla Giunta lo studio di fattibilità del nuovo impianto; l’assessore Caudo fa presente che verranno richieste delle modifiche al progetto per rafforzare il trasporto pubblico.
Il 3 settembre 2014 a seguito di alcuni cambiamenti viene approvato il pubblico interesse del nuovo stadio, anche se subordinandolo alle opere pubbliche concordate da realizzare insieme all’impianto.
Il 15 giugno del 2015, dopo un anno di polemiche sull’effettiva utilità delle opere pubbliche, sullo stato del terreno dove deve andare a sorgere lo stadio e sulla polemica ambientalista, finalmente viene consegnato al Comune il progetto definitivo che viene approvato. Attualmente il dossier del progetto è passato alla Regione che dovrà dare l’ultima delibera entro la fine dell’estate.

Di Valerio Bocci

È di questi giorni l’aspra polemica fra il direttore generale della A.S. Roma Baldissoni e la candidata sindaco cinque stelle Virginia Raggi: il primo ha minacciato la seconda di pesanti cause al comune se il progetto dello stadio verrà scartato dopo che la precedente giunta lo aveva accettato. Ma quali sono i potenziali vantaggi e gli svantaggi di questa nuova costruzione nella capitale? Una volta che lo stadio sarà costruito, nella zona scelta sorgerà un gigantesco complesso edilizio composto di 3 grattacieli (il Business Park) il più alto dei quali arriva fino a 200 metri di altezza, da destinare a scopi sia commerciali che residenziali. Inoltre, di un altrettanto complesso di strutture sportive (il Master Site) per 105 ettari circa, all’interno del quale dovrà sorgere il nuovo centro sportivo della squadra della Roma. Infine un’area di ulteriori 34 ettari (il Parco sul Tevere) che si estenderà fino agli argini del fiume. Compresi i parcheggi che dovrebbero arrivare a contenere fino a 10000 vetture.
Poi ci sono le infrastrutture, la realizzazione delle quali il Comune di Roma ha posto come condizione necessaria per l’approvazione del progetto. E parliamo dell’allargamento dello svincolo autostradale della Roma-Fiumicino; l’adeguamento del tratto che collega la via Ostiense con la via del Mare fino al Grande Raccordo Anulare; un ponte pedonale che colleghi la stazione della linea ferroviaria FL1 (il treno che da Orte arriva fino all’aeroporto di Fiumicino) fino all’area dove sorgerà lo stadio; la messa in sicurezza del bacino del Fosso di Vallerano. Per quanto riguarda i costi la cifra complessiva dell’investimento si aggira intorno al 1 miliardo e 500 milioni di euro, dei quali 400 previsti solo per la realizzazione dello stadio.
Per quanto riguarda invece le opere pubbliche l’ammontare totale è di 195 milioni circa: suddivisi tra i 93,7 per la viabilità della Roma-Fiumicino; i 38,6 per la via Ostiense; i 50 per la metro B; 7,5 per il ponte pedonale e 5 per la messa in sicurezza del fosso di Vallerano.
Dal progetto è prevista anche la creazione di 3000 posti di lavoro “diretti”, cioè solo quelli che verranno coinvolti per la realizzazione di tutte le opere. Quando lo stadio sarà in funzione infatti, secondo le stime, solo nella struttura sarebbero impiegate 2500 persone mentre all’interno del Business troverebbero spazio circa 13500 unità; ma il progetto dello Stadio della Roma porterebbe anche altri benefici ossia di una probabile rivalutazione immobiliare della zona di Tor di Valle.
Eppure esistono anche numerosi motivi che vanno a sfavore della costruzione del nuovo impianto: nell’ultima settimana è stato lo stesso WWF Lazio ad esprimerli in maniera chiara. L’ente ha espresso sin dalle prime battute la contrarietà a questo progetto rilevandone non solo la errata localizzazione ma anche la sua presunta non legalità per ragioni di natura ambientale, paesaggistica, logistica. Secondo il WWF infatti "il DG Baldissoni omette di dire che l’area prescelta è soggetta a rischi idraulici, che verranno impermeabilizzati circa 80 ettari di campagna romana, che l’ATAC ha dichiarato l’impossibilità di assicurare il trasporto pubblico necessario, che i cittadini che utilizzano quotidianamente la Via Ostiense sono allarmati per i potenziali effetti del traffico aggiuntivo; dice soltanto che sono stati spesi 60 milioni di euro e che intende passare all’incasso".
Insomma la situazione è tutt’altro che limpida e il nuovo sindaco avrà certamente una grande responsabilità nello scegliere se continuare a credere in questo immenso progetto oppure no.

Di Valerio Bocci

“Donne e Media nel Lazio” è questo il nome dato al Protocollo d’intesa che è stato presentato ieri, 20 giugno 2016, dal Comitato Regionale per le Comunicazioni (Corecom) della Regione Lazio, presso la Regione Lazio. La necessità di approntare un documento d’intesa nasce dall’esigenza di promuovere sui media regionali la figura femminile completa di identità che rappresenti e promuova un equilibrio sociale di condivisione e pari opportunità con la figura maschile.
Tra i soggetti che hanno sottoscritto il Protocollo d’intesa oltre al Consiglio Regionale e Giunta della Regione Lazio: Aeranti-Corallo, Associazione GIULIA (Giornaliste libere autonome) Lazio, Associazione Stampa Romana, Associazione ZEROVIOLENZA Onlus, Confindustria Radio Televisioni, Cpo Usigrai GIO-Osservatorio Interuniversitario studi di Genere (Sapienza, Roma TRE, Tor Vergata, Foro Italico), Ordine dei giornalisti del Lazio, Università di Roma La Sapienza (Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale), Università di Roma Tor Vergata, Università di Roma TRE, Università Lumsa, Università Uninettuno
La sottoscrizione del Protocollo d’intesa “Donne e Media” consentirà a tutti i soggetti firmatari di collaborare sulla base di quanto previsto dalla Legge Regionale 19 marzo 2014, n. 4, per la realizzazione di iniziative e progetti finalizzate a sensibilizzare gli operatori regionali dell’informazione e gli studenti delle Facoltà di Comunicazione sulle tematiche del contrasto alla cultura della violenza contro le donne in quanto basata sul genere e a promuovere una cultura del rispetto dei diritti umani fondamentali e delle differenze tra uomo e donna.
Ci auspichiamo quindi che una nuova educazione istituzionale, che inizi soprattutto a livello regionale, possa contribuire a dare vita ad una reale parità di genere e contro la discriminazione tra uomo e donna.

Di Donatella Carriera

Marco Rettighieri, direttore generale dell’Atac da febbraio 2016, in testa ha un solo obiettivo: risanare l’azienda. E con sicurezza ammette: “In due anni raggiungeremo il pareggio di bilancio”. Una delle prime misure da adottare è sicuramente la lotta ai “portoghesi”, tramite la presenza sempre più massiccia dei controllori, che da anni ormai latitano sui nostri mezzi pubblici. “Ad oggi abbiamo 180 addetti al controllo. Abbiamo invitato spontaneamente tutti i dirigenti e i quadri a contribuire ai controlli. Anche noi andremo a fare le verifiche sugli autobus. Io già ci vado. Dal 20 giugno ci sarà un rinforzo di altre 120 persone sui controlli. Lo scopo non è elevare le contravvenzioni, ma riabituare la gente a pagare il biglietto”, ha affermato Rettighieri. Ma quanto incide l’evasione sulle casse dell’Atac? “Ci costa dai 60 agli 80 milioni all’anno”. E come soluzione il direttore generale punta a “eliminare i biglietti di carta, sostituendoli con schede dotate di chip che non vanno inserite da nessuna parte: salendo sul mezzo vengono rilevate le presenze e scalate le corse. I nuovi bus – da settembre inizieranno ad esserne immessi in servizio 150 – saranno dotati di appositi congegni capaci di capire quante persone salgono e quante scendono. Se c’è qualcosa che non va e si supera il 5% di portoghesi a bordo scatta un allarme e si interviene con la verifica”.
Ma in questi giorni Atac è scossa da un nuovo caso Parentopoli, venuto alla luce grazie ad un’inchiesta interna. Rettighieri ha infatti scoperto che 350 dipendenti della municipalizzata sono imparentati a vario titolo con alcuni sindacalisti e sono stati assunti tutti con chiamata diretta, senza passare nessun concorso pubblico, per ricoprire ruoli da impiegati. Una circostanza singolare, che Rettighieri intende portare all’attenzione della Procura di Roma.
Ma erano proprio necessarie queste assunzioni? La risposta è più che ovvia: oggi l’azienda del trasporto pubblico romano conta più di 11 mila addetti. Troppi, se consideriamo che ha oltre un miliardo di debito e nel 2015 ha chiuso con un bilancio in rosso di 60 milioni. Il parco auto poi sarebbe tutto da rinnovare, considerando che la maggior parte dei bus ha oltre dieci anni e alcuni tram anche 32.
Oltre che concentrarsi sul versante delle assunzioni, Rettighieri ha fatto sapere di aver denunciato davanti alla Commissione Trasporti del Senato altre situazioni poco chiare: dalle mense aziendali gestite da società riconducibili a sindacalisti, a un esagerato monte ore di permessi sindacali per finire con una gestione discutibile del dopolavoro.

Di Benedetta Carulli

Nel corso della prima Settimana nazionale anticontraffazione, organizzata dalla Direzione Generale Lotta alla contraffazione-UIBM del Ministero dello Sviluppo Economico, il Censis ha realizzato una ricerca sui danni economici, fiscali e sociali della contraffazione nel nostro Paese. Oltre alle stime sul mercato del falso, è stata condotta un’analisi sul fenomeno nel territorio della provincia di Roma. Questo lavoro si concentra sulle caratteristiche, le peculiarità e l’andamento della contraffazione, delle aree e dei settori a maggiore rischio e delle eventuali connessioni con altri fenomeni di illegalità, oltre ad individuare linee di intervento territoriali per la prevenzione e la sensibilizzazione.
Dal report emerge che nel 2015 gli italiani hanno speso 6,9 miliardi di euro per acquistare prodotti contraffatti, un valore in crescita del 4,4% rispetto al 2012. Un quinto della merce falsificata sequestrata in Italia dall’Agenzia delle Dogane è stata intercettata nella provincia di Roma, che si caratterizza come la principale piazza di consumo del mercato della contraffazione del nostro Paese. Dal 2008 al 2015 nella Capitale sono stati effettuati 24.393 sequestri, pari al 18,6% del totale nazionale, e i pezzi sequestrati nello stesso periodo sono oltre 130 milioni, ovvero il 30,3% del totale. Si tratta per lo più di falsi di bassa finitura e a basso prezzo, soprattutto capi di abbigliamento e accessori provenienti principalmente dalla Cina.
Per quanto riguarda il solo anno 2015, al primo posto tra i pezzi sequestrati troviamo le apparecchiature elettriche, soprattutto telefoni cellulari o componenti, con oltre 1,3 milioni di articoli sequestrati, seguiti da accessori (soprattutto borse) e abbigliamento (giacche, giubbotti e capi sportivi).
Oggi il mercato del falso sottrae all’erario 1,7 miliardi di euro. Se si considerano anche le imposte che deriverebbero dalla produzione attivata in altri settori dell’economia, il gettito fiscale complessivo aumenterebbe a 5,7 miliardi di euro, pari al 2,3% del totale delle entrate dello Stato per le stesse categorie di imposte.
Secondo il Censis “di fronte a un mercato della contraffazione che diventa sempre più capillare e camaleontico, un fenomeno che si trasforma e diventa sempre più ‘liquido’, alle attività di repressione e di contrasto, che agiscono sui nodi puntuali della rete logistica (come porti e aeroporti), bisogna affiancare iniziative di comunicazione e sensibilizzazione rivolte ai cittadini-consumatori, chiamandoli ad essere attori e protagonisti in prima persona della lotta alla contraffazione”.

Fonte: www.censis.it

Di Benedetta Carulli