Un fiume e la sua città: Magliana, un piccolo Antico Egitto sul Tevere

Si scrive Pian Due Torri, si legge Magliana Nuova. Toponimo misterioso, quasi tolkeniano, “Pian Due Torri”, era fino a poco tempo fa l’unico appellativo con cui era conosciuta l’area dove oggi sorge il quartiere “Magliana”. Un nome antico, torreggiante, che porta con sé il ricordo di un Medioevo transitato sul Tevere; di questo passato oscuro e scomparso senza lasciare (quasi) traccia abbiamo già trattato (Tolkien a Magliana: il mistero di Pian due Torri), ma vi riaccenneremo brevemente. Molto c’è da dire, infatti, su quest’ansa dalla forma triangolare che ricorda vagamente quella del Corno d’Africa. Molto c’è da dire, anche perché il legame con l’Africa non è solamente “geografico”…

Foto Aerea dell’area di Pian Due Torri, tra gli anni ’30 e ’40: si riconoscono i campi coltivati, la “Passerella” e il costruendo Ponte della Magliana (Arvalia Storia.it)

A nord di Pian due Torri

Ampia e pianeggiante ma insalubre, acquitrinosa e chiusa da un bosco che iniziava all’incirca all’altezza di Via della Magliana Nuova, l’area di Pian due Torri non fu popolata fino al Rinascimento.  Poco più a nord dell’ansa, però, già dal I secolo a.C. erano cominciati a sorgere i primi insediamenti. E forse non fu un caso se nacquero proprio lì: i primi “coloni” erano, infatti, “Alessandrini“, egiziani di lingua greca. Avevano scelto la riva opposta al porto del “Vicus Alexandri” (di cui parleremo nel prossimo articolo) e alla fine di ogni giornata di lavoro dovevano attraversare il fiume per ritornare alle loro abitazioni. Consapevoli o no, questi “portuali” egiziani si erano insediati in un’area che, se paragonassimo l’ansa di Magliana al “Corno d’Africa”, corrisponderebbe proprio all’Egitto. Caso o no, i loro discendenti avrebbero poi contribuito a sbarcare, presso il porto del  Vicus Alexandri, l’obelisco di Tutmosis III, portato dalla terra dei Faraoni nel 357 d.C. Posizionato nel Circo Massimo, il monumento sarebbe poi rimasto sepolto sotto quel campo di cavoli che era diventato nel Medioevo l’ex anfiteatro, per essere infine ritrovato nel 1587, ricostruito e posto in Piazza San Giovanni in Laterano, dove si trova tuttora.

Tunnel e Grottoni

Nella Magliana di duemila anni fa, quindi, sulle rive del “biondo” fiume, si sarebbe sentito parlare greco e latino, si sarebbe potuto ammirare dall’alto il biondo Tiber dalla via Campana (antica via etrusca praticamente parallela all’antica Portuensis) o allontanandosi da essa, ci si sarebbe potuti imbattere in mausolei, come quello su cui sorge l’odierna Torre di Teodora, sita nell’omonima via e costruita su di un sepolcro del I secolo d.C. Nelle pressi dell’insediamento alessandrino, poi, ci si sarebbe potuti imbattere in una cava di tufo e pozzolana. Questa si troverebbe oggi in località “Grottoni“, sita tra via Alberto Mancini e di via dei Grottoni, appunto. Gli scavi, che avevano aperto delle gallerie nelle alture dell’odierna Vigna Pia, sarebbero stati poi utilizzati come catacombe dai primi Cristiani. Sebbene però le fonti antiche parlino della presenza del cymiterium ad Sanctum Felicem Via Portuensi (ovvero del luogo di sepoltura di San Felice) al III miglio della Via Portuense, gli studiosi non sono concordi nel collocare la catacomba nell’area. Una conferma indiretta, tuttavia, verrebbe dai sondaggi archeologici effettuati nell’aerea, che avrebbero riportato alla luce la Basilica sorta, secondo le fonti antiche, sul luogo delle catacombe, presso un altura sotto la quale “il Tevere si impaluda“. Realizzata da Papa Giulio (337 – 352), la basilica rimase nelle cronache fino alla fine dell’VIII secolo, periodo dopo il quale se ne perdono le tracce. Per quanto riguarda i Grottoni, invece, un’indagine dei primi del Novecento ha confermato il loro uso cimiteriale, senza però trovare traccia di iscrizioni o pitture rupestri. Rimasti probabilmente inutilzzati per secoli, dal Settecento in poi furono adoperati come cantine per il vino di Vigna Jacobini.

Nel sottosuolo di Via della Magliana

Testimonianze dei primi Cristiani si trovano anche nei sotterranei della Chiesa di Santa Passera, dove secondo la tradizione furono portate le reliquie dei due martiri Ciro e Giovanni; alessandrino il primo e di Edessa il secondo, furono uccisi in Egitto nel 303. Dalla terra dei faraoni i loro resti vennero portati a Roma un secolo dopo e posti nella Chiesa fatta costruire da Teodora nei pressi della via Portuensis, sulle rive del Tevere. L’edificio, come molti altri in zona, era stato però edificato su di una precedente costruzione romana, molto simile ad una rinvenuta presso il Parco della Caffarella. Interrato dopo il 1706, l’ambiente ipogeo dove erano state poste le reliquie fu poi riportato alla luce due secoli più tardi. Non se ne era probabilmente persa le memoria, però, dato che sopra di esso erano comunque sorti un oratorio del V secolo – dove si possono leggere ancora i nomi dei due santi – una Basilica del Settecento, ed una Chiesa del 1300, quella attualmente visibile. Dedicata proprio a Ciro e Giovanni, nel corso dei millenni la parlata popolare, probabilmente al fine di accorciare i due nomi, l’avrebbe portata ad assumere quello con cui è conosciuta oggi.

Torri rimaste, torri scomparse

Con il Medioevo, pian piano, le attività umane cominciarono a muoversi verso Sud, ovvero verso quello che sarebbe divenuto noto come Pian Due Torri. L’ansa rimaneva per lo più paludosa e soggetta ad alluvioni, ma manteneva comunque la sua importanza strategica. Erano infatti i secoli bui, non esistevano i telefoni e le notti erano il momento più pericoloso della giornata. Così, poco a poco, sotto le stelle cominciarono a sorgere le torri. Questi bastioni, isolati nelle campagne, dovevano, infatti, servire da rifugio dopo il tramonto. Non era però quello il loro unico scopo: come fari, essi si illuminavano a segnalare un pericolo e come telefoni lo comunicavano (con i fuochi accesi, appunto) alle torri limitrofe, le quali, a loro volta lo facevano sapere alle altre…fino ad arrivare alla città più vicina.

Fu così che nell’847 si iniziò a costruire una serie di torrioni tra Porta Portese e la foce del Tevere. Tra le tante torri, due sarebbero state poste sulle due rive opposte del fiume, a bloccare con una catena eventuali navi ostili. Dove? Secondo gli studiosi si dovrebbe guardare in direzione della Magliana, dove oggi rimane ancora in piedi la Torre di Teodora, cui abbiamo accennato prima. Essa avrebbe avuto una sua gemella, ma di questa, ad oggi, non ne rimane traccia. Nella mappa di Eufrosino della Volpaia nel 1547, nell’area in oggetto, il cartografo ritrae, in effetti, due torri, ma sembra che già allora si riferisse al toponimo rimasto nella memoria collettiva.

Zanzare, frutteti e idrovore: verso Magliana Nuova

Magliana Vecchia, foto di Roma Sparita

Venti anni prima che Eufrosino compilasse la sua mappa, però, la Tenuta di Pian Due Torri era stata ceduta, via testamento, da Mariano Castellani, il primo proprietario di cui abbiamo notizia. All’epoca, si legge nei documenti, l’area era composta di “prato e grotticella” (il comprensorio dei Grottoni, probabilmente). Da Mariano, la tenuta di Pian Due Torri finisce nelle mani di Lentulo Lentuli, che se ne occupa comprando un podere ed allargandola. Alla sua morte nel 1565, però, la tenuta viene divisa in tre parti, di cui due alle confraternite ecclesiastiche del Gonfalone e del Sancta Sanctorum, che la amministrano fino al 1839. Trecento anni in cui questa ampia area pianeggiante viene usata come cimitero ebraico (nell’area di “Pratorotondo”, tra Via Pian due Torri ed il Tevere), in seguito alla peste del 1656 che rese saturo quello di Porta Portese (recentemente riportato alla luce), ma viene anche coltivata a maggese, vede ampliamenti di proprietà (soprattutto vigne) e miglioramenti, come quelli apportati da una certa Cecilia Bovara, che ripristina gli argini di un fosso e fa costruire un ponte.

L’allagamento del 1818, però, segna il declino di quest’area. Nel 1870 la tenuta passa nelle mani di Angelo Bianchi, che ha intuizioni interessanti, come acquisire le colline retrostanti per variare le colture. Queste idee vengono riprese cinquant’anni dopo da Michelangelo Bonelli, senatore piemontese ma soprattutto ingegnere agronomo. Egli ritiene che terre non coltivabili non esistano e intende dimostrarlo col sudore della fronte e con l’aiuto di pompe idrauliche e concimi. E questo terreno paludoso, acquistato per pochi centesimi l’ettaro, pare essere la cavia più adatta.

All’epoca, un confine della tenuta era rappresentato dalla ferrovia, inaugurata nel 1856 per collegare Trastevere a Civitavecchia. Da lì al Tevere era solo una pianura dove Angelo Bianchi aveva fatto costruire una vaccheria (oggi sarebbe all’altezza di Via Pescaglia), che però Bonelli fece smantellare. Il sogno di fare di questa piana un giardino doveva, infatti, passare per le idrovore, installate nell’odierna Via di Pian Due Torri. La Tenuta fu poi divisa tra otto famiglie di mezzadri, che avevano il compito di coltivare il territorio. Tra le tante zanzare, il primo raccolto di carciofi portò entusiasmo, ma la piena del 1929 inondò tutta la piana e si dovette ripartire da capo. L’acqua era talmente tanta che l’allora Via della Magliana, due metri più in basso dell’attuale, appariva come un fiume navigabile. In occasione delle piene, poi, i mezzadri portavano gli animali al riparo verso le alture dell’odierno quartiere Portuense, verso la ferrovia.

Nel 1935, nasce infine il “giardino” auspicato da Bonelli, diviso per coltivazioni: verso l’odierna Via Vaiano si raccoglie uva da vino, tra Via della Magliana e Via dell’Impruneta uva da tavola, da Via Pian due Torri fino alle colline, pesche e prugne, e da Via della Magliana fino alla ferrovia, ortaggi.

Il Piano Regolatore della zona; si intravedono le direttrici viarie che poi nasceranno (Foto di Antonello Anappo, Arvaliastoria.it)

Mentre, però, nasceva il “giardino” di Bonelli, Roma progetta di espandersi verso il mare: è questo il piano degli urbanisti che vogliono fare della Terza Roma una città senza soluzione di continuità nella sua corsa verso il Tirreno. Negli anni del Fascismo nascono così il Porto Fluviale, La ferrovia del Lido, l’Idroscalo ad Ostia, la Via del Mare, lo Snodo di merci a Ponte Galeria, la rettificazione del Tevere a Spinaceto e l’idroaeroscalo della Magliana. A Pian Due Torri si prevede la costruzione di un Ponte monumentale e di una Grande Cironvallazione Tranviaria, in previsione di un intervento urbanizzatore. La grande alluvione del 1939, però, ferma i piani: per edificare una così vasta area bisognerebbe costruire degli argini e reinterrare le aree più basse. Per il momento si decide quindi di aspettare.

L’arrivo della guerra, tuttavia, priva la tenuta di braccianti e Michelangelo Bonelli comincia a valutare l’idea di urbanizzare la tenuta. Lascia così la proprietà al genero, Conte Tournon, e si ritira nella villa sulle alture che prende il suo nome. La prima casa sorge dove si trovava la vaccheria e altre case iniziano ad essere costruite su Via della Magliana nel 1948, dove oggi si trova la Farmacia.

Vari progetti erano stati fatti per la zona, ma molti di essi rimasero sulla carta. Il piano regolatore delle nuove costruzioni che dovevano sorgere a Magliana, redatto nel 1954, stabilì poi che i primi due piani dei palazzi che sarebbero sorti, sarebbero stati destinati a garage e rimesse, in quanto, per evitare problemi in caso di alluvioni, sarebbero dovuti essere stati interrati fino alla quota dell’argine (in alcuni punti il piano di costruzione era infatti sotto di 7 metri). Il mancato rispetto di queste disposizioni, tuttavia, rese il quartiere insalubre. L’acqua ristagnava, il Tevere faceva paura. Non furono pochi i casi di epatite B. Elementi questi, che contribuirono ad accentuare poi le tensioni sociali confluite nella “lotta per la casa“. Dal maggio 1971, infatti, aumentano le richieste di risanamento del quartiere e di locazioni a canone equo. Un periodo, questo, che rimarrà noto come “Magliana in lotta”e che ha segnato l’epos del quartiere, nonostante si sia chiuso da tempo.

Nel 2007 comincia la bonifica lungo l’argine del Tevere di un tratto golenale che poco dopo viene adibito a Parco fluviale; l’area, di 9,5 ettari, è oggi adibita ad area verde, dove si possono praticare attività sportive all’aria aperta. Un polmone alberato tolto all’incuria e destinato agli abitanti del quartiere, che possono quindi ora passeggiare a ridosso del Tevere. La degna conclusione, insomma, di una storia millenaria che lega questa zona al fiume di Roma.

Puntate precedenti:

Un fiume e la sua città: storia del Tevere dal Raccordo al Raccordo – Dove tutto inizia, Mezzocammino;

Un fiume e la sua città: Tor di Valle e Magliana

Un fiume e la sua città: l’ansa del Torrino

Un fiume e la sua città: storia di un ponte a Magliana

Gabriele Rizzi

Classe 1996, maturità classica, Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, giornalista pubblicista. Mi interesso soprattutto di storia antica e recente, con particolare riferimento a quella del quadrante Sud di Roma, spesso ignorato ma ricco di tesori e di storie nascoste.

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