I dubbi sul campionato di calcio ai tempi del Covid-19

Il calcio è sicuramente un’istituzione del popolo italiano. Sia appassionati che non sono concordi nel considerare lo sport che ha avuto i suoi natali nel Regno Unito, e che fu importato da noi proprio dagli inglesi e da nostri connazionali venuti a contatto con loro, come facente parte dell’anima del nostro Paese, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, quando divenne grazie alla televisione il fenomeno mediatico che oggi conosciamo. Il gioco del football, un grande successo fin dai suoi primi anni, finì così per soppiantare discipline del calibro dell’automobilismo, del ciclismo e del pugilato nell’immaginario collettivo dello sport.

Calcio come sinonimo di competizione, di passione, o addirittura di vita: basti pensare ai tifosi, che finiscono per identificarsi nella loro squadra del cuore, a volte arrivando addirittura ad eccessi, come nel caso degli ultras (ma del resto ciò si può riscontrare in ogni ambito della nostra esistenza).

L’epidemia da coronavirus che ha scosso il mondo intero ha fermato tutto, compreso il campionato di Serie A, con tutti gli introiti del caso. Una decisione sofferta, osteggiata da più parti, ma necessaria, per la sicurezza dei giocatori, del personale delle squadre e degli stadi e dei tifosi.

Tutto ciò si traduce, ovviamente, in perdite in denaro considerevoli, in una macchina così grande e complessa che è il calcio professionistico, a causa dei club, degli azionisti e degli sponsor ad esso legati, che contano enormemente sui suoi introiti, che fanno quindi girare l’economia nazionale (anzi, mondiale, se lo vogliamo considerare come fenomeno globale).

Non basta quindi che i giocatori si taglino gli stipendi (per quanto ciò conceda respiro alle casse dei loro datori di lavoro). Molti infatti vogliono ripartire il prima possibile, anche se le possibilità che ciò avvenga sono decisamente poche, considerando le dichiarazioni del ministro della Salute Roberto Speranza su Radio Capital, che pur essendo un “grande appassionato di calcio” dice: “Le priorità del Paese oggi sono altre”, e aggiunge: “Lavoreremo perché a un certo punto chiaramente si possa riprendere una vita normale, ma la priorità in questo momento deve essere ancora salvare la vita delle persone”.

Attraverso una votazione avvenuta tramite videoconferenza tutti e 20 i club di Serie A hanno dato il proprio assenso a riprendere il campionato, qualora il Governo si mostrasse disponibile. A patto, però, che siano rispettate tutte le misure di sicurezza per evitare il propagarsi dell’epidemia, come decretato nel documento di 47 pagine consegnato dalla Commissione medico-scientifica della Figc ai ministeri dello Sport e della Salute, pur con la lucidità che non è realistico pensare che tali norme garantiscano un rischio zero di contagio.

Mercoledì 22 aprile si dovrebbe dunque decidere il destino del campionato con un vertice fissato dal ministro dello Sport Vincenzo Spadafora al quale parteciperà il mondo del calcio.

Di Simone Pacifici

Simone Pacifici

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