Sotto la terra di Roma70: il Sarcofago di Grotta Perfetta

Era ancora lì, dopo duemila anni. Sottoterra, nello stesso luogo dove era stato posto: le mura della cella funeraria ipogea non c’erano più, consumate dalla (e nella) Storia, ma lui sì, nella sua perfezione. Un nome se lo è già meritato: il Sarcofago di Grottaperfetta. Anche se a ben vedere, Grottaperfetta c’entra poco, seppur vicina. Questo sepolcro, infatti, è stato rinvenuto trent’anni fa nell’ambito di uno sbanco per la costruzione di alcuni palazzi in Via dei Granai di Nerva.

Nelle immediate vicinanze, un altro sarcofago – con ossa di diverse deposizioni – è stato rinvenuto insieme a vasi e oggetti di uso quotidiano, mentre gli scavi hanno messo in luce anche un altro ambiente funerario. Gli studiosi, tra cui l’archeologo Bedini, hanno ipotizzato che queste sepolture siano da attribuire ai proprietari delle ville di età imperiale che sorgevano nella zona. Se infatti l’odierna Roma 70 era il “granaio” di Roma, numerose erano anche gli insediamenti agricoli e le costruzioni nobiliari: si ipotizza, ad esempio, che nella sola Tenuta di Tor Marancia vi fossero almeno nove ville, e molte stanno ancora venendo alla luce. Una è stata rinvenuta recentemente durante i lavori di edificazione del complesso I-60, su Via di Grotta Perfetta lato Parco Ardeatino mentre un’altra è stata dissepolta sempre sulla stessa via, angolo Vittore Carpaccio. Non poco distante da Via dei Granai di Nerva, poi, all’inizio del 300 sorse anche una piccola catacomba cristiana, dove oggi si trova la Chiesa dell’Annunziatella.

Il sarcofago di Grotta Perfetta è, però, molto più antico: secondo il Bedini, infatti, la composizione della scena farebbe propendere per l’inizio dell’Età dei Severi, ovvero la fine del II secolo d.C. Addirittura, lo studioso ritiene che il sepolcro sia da attribuire alla stessa manodopera che forgiò il sarcofago di San Lorenzo, “quello di Palazzo Doria o quello delle vittorie di Baltimora”.

I bassorilievi vanno letti facendo riferimento a tre virtù romane: la pietas, la virtus e la concordia. Nella parte sinistra della decorazione frontale, infatti, possiamo trovare due figure virili atte a compiere un sacrificio, nude ma con addosso una lancia, una spada ed un mantello. L’elemento guerriero è ricordato inoltre anche nella parte centrale, dove, sotto due putti che sorreggono uno scudo, sbuca una palma della vittoria, che troneggia su di un episodio della mitologia classica: l’incontro di Rea Silvia e Marte. La madre di Romolo e Remo è ritratta nel momento di addormentarsi e lo si capisce dalla personificazione poetica della Notte, una figura femminile alata. La parte destra descrive invece un momento della vita del defunto, il giorno del suo matrimonio. Gli sposi sono raffigurati durante la dextrarum iunctio, la stretta delle mano destre che suggellava l’unione; sebbene oggi noi associamo questo gesto più alla conclusione di un affare che ad un atto d’amore, la scelta di riproporre la scena su di un sepolcro appare più moderna che mai. Quante persone, infatti, nei cimiteri sono ricordate dalle foto felici del loro matrimonio? Passano gli anni, passano le dinastie e cadono gli imperi, ma i sentimenti quelli no, non cambiano mai.

Gabriele Rizzi

Classe 1996, maturità classica, Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, giornalista pubblicista. Mi interesso soprattutto di storia antica e recente, con particolare riferimento a quella del quadrante Sud di Roma, spesso ignorato ma ricco di tesori e di storie nascoste.

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