Covi(d)andanti: seguendo l’Appia antica fino a Benevento

“E tu? Che libri stai leggendo in questo periodo?” Una semplice domanda, nel pieno del lockdown; un viaggio da organizzare, cinque mesi dopo. Del resto, come poteva andare a finire, se “Appia, di Paolo Rumiz”, era stata la risposta? Col senno di poi, forse, era stato proprio quell’innocuo scambio di parole, al limite dei convenevoli, a far balenare nella mente del mio amico Andrea l’idea di percorrerla davvero, la Regina Viarum.

Fu Publio Papinio Stazio (45-96) a definirla così: la regina delle vie. Un po’ come chiamarla “A1”. Autostrada del sole ante litteram, l’Appia fu inaugurata nel 312 a.C. (come uno sterrato) e lastricata fino a Benevento nel 268 a.C. Ideata per attraversare una penisola, è riuscita ad attraversare i secoli, eternata da poeti e cantori di ogni epoca. Autori come Dickens, Goethe, Madame de Staël, Shelley e Gabriele D’Annunzio sono rimasti, infatti, affascinati dalla sua desolazione e magnificenza insieme, oltre che dal suo essere un “dritto sentiero delle tombe”(René de Chateaubriand), magnifici sepolcri romani ivi posizionati dato il divieto di costruirli nei centri abitati. Tuttavia, il suo cammino caparbiamente dritto oggi non rende giustizia ad una realtà che sarebbe più giusto paragonare a Cime Tempestose che ad una campagna bucolica ed incontaminata. Lasciata la magnificenza dell’Urbe, l’Appia procedeva imperterrita attraverso una natura domata solamente agli inizi del ‘900. Qui, nelle Paludi Pontine, butteri e contadini continuarono a vivere per millenni al riparo di capanne di paglia in lande selvagge e intoccate che tanto affascinarono i romantici ottocenteschi. La Regina Viarum, infatti, era stata inghiottita dalle acque paludose nel VIII secolo .

Passare attraverso queste marshlands voleva dire, per i Romani, porsi al livello di Ercole; come novelli eroi greci infatti, i discendenti di Enea fecero emergere un “terrapieno dalle paludi” (Plinio) e le resero traversabili. Come detto prima, tutto questo oggi non può, però, essere più colto: il viaggio in treno regionale verso Sud regala altresì invidiabili scorci su tramonti estivi , e fa riflettere su quanto questo mezzo abbia rivoluzionato solo poco tempo fa le vite di molti abitanti di tale mondo contadino. Dove oggi passano le rotaie fino a ieri, infatti, passavano viandanti, pellegrini e turisti del Grand Tour venuti ad ammirare le rovine di un tempo ormai sepolto. Sepolto sotto quelle spighe di grano che dovevano servire a sfamare un Impero. Dove oggi sorgono stazioni contadine vi erano acquitrii paludosi battuti solo da impavidi cacciatori. Dove oggi sorgono piccoli borghi, i discendenti di antiche civiltá italiche conducevano il loro stile di vita contaminato dalla Romanitá. E dove oggi partono i traghetti per la Grecia, si imbarcavano alla volta dell’Oriente soldati, mercanti e viandanti che avrebbero continuato il loro viaggio in terre antiche come la Grecia e lontane come la Seria, il paese del baco da seta…ma questa é un’altra Via ed un’altra storia.

Incamminarsi in tempo di Covid significa quindi riscoprire un mondo lento, reinventarsi archeologi lungo una Via vecchia di due millenni, immaginare chiacchere in latino ai margini di un mondo che cambia sempre ma che forse non cambia mai. Significa attraversare paesini usciti da una Quarantena che ci é parsa infinita ma che, di fronte a quel cippo mezzo coperto dagli sterpi, non é forse che un battito di ciglia lungo una Via che si fa Storia.





Gabriele Rizzi

Classe 1996, maturità classica, Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, giornalista pubblicista. Mi interesso soprattutto di storia antica e recente, con particolare riferimento a quella del quadrante Sud di Roma, spesso ignorato ma ricco di tesori e di storie nascoste.

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