Coltivare l’integrazione: il progetto di “Pianoterra”

Se l’integrazione fosse una pianta, allora, passeggiando lungo il Fosso di Vallerano, potrebbe capitare di vederla crescere rigogliosa e ben curata. A ridosso di questo fiumiciattolo lungo via di Decima è infatti possibile scorgere degli orti urbani, come ormai in molte altre parti di Roma.
Ciò che rende speciali queste coltivazioni, però, non sono tanto le tipologie di ortaggi, quanto le mani che le coltivano. Mani di ragazzi provenienti da lontano, migranti che, dopo un lungo viaggio, come le piante da loro coltivate, stanno mettendo le radici in questa parte di Roma Sud. Si dice spesso che un pallone da calcio possa essere un potente fattore di coesione sociale, ma Pianoterra – che si definisce “contenitore di progetti e attività nate all’interno dell’Associazione A.C.A.P.E – sembra aver dimostrato come anche un’umile vanga non sia da meno.
Nell’intenzione degli animatori del progetto “Orti Urbani”, la millenaria attività agricola doveva diventare un’esperienza che – come si legge sul sito dell’onlus – desse la possibilità di “lavorare e costruire qualcosa insieme”; allo stesso tempo però, essa doveva essere anche un’attività didattica mirata ad apprendere le tecniche agricole locali con la possibilità poi di applicarle alla coltivazione delle piante dei paesi di provenienza dei ragazzi. La cura del terreno avrebbe dovuto, quindi, sia rafforzare i legami sociali che garantire ai ragazzi una preparazione professionale. E così è stato.
Inaugurati nella primavera del 2017, ad aprile di quest’anno gli “orti solidali” non solo hanno festeggiato il loro primo anniversario, ma anche visto l’inaugurazione di altri giardini, per un totale di 4 orti: un traguardo, questo, reso possibile anche dalla “rete solidale” che si è sviluppata intorno al progetto, un network di persone, associazioni e realtà del quartiere che stanno cercando anche di predisporre tirocini formativi per i migranti coinvolti.
Un fertile concime di buone intenzioni, insomma, che vuole contribuire a caricare di dolci frutti l’albero che verrà.

Gabriele Rizzi

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